“immobilità” è parola che si compone di un prefisso negativo, ad indicare qualcosa che non si muove. C’è, dunque, in questa condizione l’idea di impedimento, di costrizione. Nella società moderna, caratterizzata da ritmi frenetici, è una situazione inaccettabile, che genera stallo, quasi un’ostruzione al flusso vitale.
Nel secolo scorso, di contro, un poeta di enorme caratura come Eugenio Montale, nella sua celebre poesia “Spesso il male di vivere ho incontrato”, presentava come atteggiamento e postura desiderabili davanti all’insensatezza dell’esistenza umana quella della statua che “schiude la divina indifferenza”. Già gli antichi Greci, del resto, collocavano gli dei in una sorta di iperuranio, caratterizzato da atemporalità, lontani dalle passioni che muovono e sconvolgono l’umanità. Una divina indifferenza, per l’appunto.
La percezione dell’immobilità non è, dunque, così univoca e lineare.
Viene in mente un’altra immagine che la grande Letteratura ci ha regalato, Gregor Samsa, celebre protagonista de “La metamorfosi” di Kafka, che si sveglia una mattina trasformato in un enorme insetto, pur mantenendo la facoltà mentali di un essere umano. La descrizione dei suoi tentativi di muoversi e scendere dal letto trasmette al lettore una sensazione di enorme fatica, di un peso in un clima quasi claustrofobico. Il letterato polacco intendeva sottolineare la condizione della piccola borghesia di inizi Novecento, ingabbiata in una routine grigia e asfissiante, in un pragmatismo gretto e un immobilismo alienante. Verrebbe da dire che poco è cambiato sotto il sole.
Sembra, insomma, prevalere un giudizio negativo sull’immobilità, specie se ha a che fare non solo e non tanto col fisico, ma con la mente e l’anima.
In effetti, quando il corpo non riesce a muoversi o in qualche sua parte o completamente, come accade purtroppo per alcune gravissime malattie degenerative, generalmente paragoniamo tale situazione ad una sorta di carcere, una condanna, una morte anticipata. È altrettanto vero, però, che ci sono persone inchiodate ad un letto, in grado solo di sbattere le ciglia, che sono incredibilmente vigili e vive, che raccontano di una dignità umana, che va oltre i limiti fisici.
Occorre, dunque, capire bene la natura dell’immobilità.
Quella che dovrebbe inquietare e fare molta paura ha a che fare con la mente e l’anima. La tradizione cristiana, spirituale in particolare, ritiene l’accidia un vizio, un peccato molto grave. La pigrizia spirituale paralizza più che la distrofia muscolare. Petrarca se ne era accorto e ne era tormentato.
Forse sarebbe bene che prendessimo sul serio questa specie di malattia dell’anima, che poi è anche della mente. Purtroppo vediamo le conseguenze sempre più catastrofiche di questa diffusa atrofia del cuore e dell’intelletto: nazionalismi, xenofobia, fenomeni di alienazione e isolamento sociale come quello degli hikikomori, che colpisce sempre più giovani, depressioni …
Senza una dimensione interiore non si può vivere in pienezza, ma solo sopravvivere navigando a vista.
La vita dello spirito è movimento, che non è affannoso vagare qua e là, saltare da una cosa all’altra, perché prevede anche il sostare sulle cose, un rimanere per andare più in profondità e coglierne il senso.
Era maestra nella vita secondo lo spirito quella che il Cardinal Carlo Maria Martini ha definito “una delle più grandi mistiche del XX secolo”, Madeleine Delbrêl. Assistente sociale, laica, con un animo poetico, vera donna di Dio, capace di prossimità e di cura nei confronti soprattutto degli ultimi, delle donne e degli uomini delle periferie di Parigi. Celebre è uno dei suoi scritti che si intitola “La spiritualità della bicicletta”. Immagine davvero originale e intelligente per definire il dinamismo a cui ci invita e ci conduce lo Spirito, quando lo assecondiamo. Vale la pena di richiamare qualche passaggio di questo eccezionale scritto, tra le righe del quale si intuisce che la vita secondo lo spirito non aliena affatto dalla concretezza, ma permette di fare ciò che c’è da fare con la scioltezza, l’agilità, la creatività e l’amore che solo lo Spirito di Dio può infondere in noi. Ben diverso dalla statua indifferente montaliana e dall’iperuranio immobile e insensibile degli dei dell’antica Grecia.
“Tu ci hai scelto per essere in un equilibrio strano.
Un equilibrio che non può stabilirsi né tenersi
se non in movimento,
se non in uno slancio.
Un po’ come in bicicletta che non sta su senza girare,
una bicicletta che resta appoggiata contro un muro
finché qualcuno non la inforca
per farla correre veloce sulla strada.
La condizione che ci è data è un’insicurezza vertiginosa,
universale.
Non appena cominciamo a guardarla,
la nostra vita oscilla e ci sfugge.
Noi non possiamo star dritti se non per marciare e tuffarci, in uno slancio di carità.
[…]
Tu ti rifiuti di fornirci una carta topografica.
Il nostro cammino si fa di notte.
Ciascun atto da fare a suo turno s’illumina
come uno scatto di segnali.
Sovente la sola garanzia è questa fatica regolare
dello stesso lavoro ogni giorno da fare
della stessa vita da ricominciare
degli stessi difetti da correggere
delle stesse sciocchezze da non commettere.
Ma al di là di questa garanzia
tutto il resto è lasciato alla tua fantasia
che ci lega al suo libero gioco.


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