Ciao, sono Noor.
Non avere fretta di leggere queste mie parole… io sono una persona lenta… pensare che tu stia leggendo queste righe velocemente per passare al prossimo articolo mi spiazza. Non che la mia storia sia più importante di altre, non che meriti maggiore attenzione… ma la vita mi ha insegnato che ciascuno ha i suoi tempi, i suoi ritmi, e soprattutto è importante gustare quello che si vive.
Quando sono arrivata in Italia dalla Somalia, ho benedetto la terra sotto i miei piedi, non ero così convinta di poterci arrivare… davvero dubitavo di farcela.
Sono arrivata con dei problemi che sembravano insormontabili, quando non hai i soldi per curarti in Africa semplicemente la tua salute continua a peggiorare e così è stato per me … nel mio Paese non sapevo che cosa avessi, e non mi sono mai curata…. magra come uno stecco, ero sempre stanca e affaticata. Arrivata in Italia (benedetto sia quel giorno!) mi hanno fatto fare qualche esame: i medici hanno capito praticamente subito che avevo il diabete, probabilmente sin da quando ero
piccola.
Da allora l’Italia per me è il simbolo della cura… Ora devo fare molta attenzione a quello che mangio, e prendere regolarmente medicine! I medici mi hanno detto che la mia situazione comunque è piuttosto compromessa… avrei dovuto curarmi sin da piccola, ma non è stato possibile… adesso la mia situazione è difficile.
Nonostante tutto mi sento fortunata, in Italia posso curarmi quasi gratuitamente… spesso voi italiani non fate caso a questa fortuna, date per scontato questo diritto… non è così, dovreste tenervi stretta questa possibilità!
In Somalia mi hanno fatto sposare Ibrahim, un bravo uomo, ma, come ho sentito dire da qualcuno, “uno a cui manca un venerdì”. Me ne rendevo conto già nel mio Paese, ma siamo riusciti a partire insieme e dopo qualche periodo di separazione, a riunirci qui. Non ho mai capito perché non ci siano mai arrivati dei figli: forse perché lui non sembra tanto intelligente? Forse perché io sono malata? Mi sono spesso interrogata, ma non ho mai saputo darmi una risposta. Quello che so, è che di bambini non ne arrivano. Sento questo, più che la malattia, come la mia vera condanna.
Siamo una coppia a metà, è una cosa difficile da accettare nel mio paese. In Italia mi curo, ma sono qui con poche prospettive. Non ho ancora trovato un lavoro. A volte mi chiedo: cosa sono a fare qui?
E, lentamente, mi rispondo: ognuno ha i suoi tempi, i suoi ritmi, le sue peculiarità, la sua storia. Gusto ogni giorno una giornata in più, una giornata che mi è stata regalata dalla vita.
(Storia liberamente ispirata da uno dei tanti incontri lavorativi che chi scrive ha avuto la fortuna di avere in questi anni)


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