È stato poco più di una settimana fa: su WhatsApp ho ricevuto un messaggio da un giovane dell’associazione “La Speranza” della moschea del mio paese.
Con lui e molti altri, io e i miei soci dell’Azione Cattolica avevamo istituito un Comitato e poi realizzato, per due anni di seguito, la Festa dei Popoli. Un sogno di fratellanza, che aveva accomunato diverse anime e sensibilità, che aveva coinvolto le scuole di tre paesi, le istituzioni, le associazioni laiche e religiose, i fratelli musulmani e cristiani. Ricordavo ancora la gioia di vederlo realizzato, questo sogno, e la piazza del mercato del mio paese, piena di bambini, ragazzi, adulti, anziani di ogni etnia, tutti insieme a giocare, condividere piatti tipici, recitare una preghiera interreligiosa.
Che gioia, allora, nel ricevere l’invito da Hisham a partecipare venerdì 28 marzo, all’inizio del vespro, all’iftar (il pasto serale di rottura del digiuno del ramadan)!
Subito ho contattato altri soci dell’AC e ho condiviso il messaggio con i membri del Comitato della Festa dei popoli. Mi è venuta in mente la parabola evangelica dell’invito del re al banchetto e mi sono detta che la sala della festa non doveva assolutamente vedere sedie lasciate vuote dagli invitati.
È stato davvero bello rivedere Hassan, uno degli uomini più saggi che abbia mai incontrato, e tanti altri amici con cui ho condiviso esperienze arricchenti.
Siamo stati accolti come ospiti d’onore e le tavole erano cariche di cibi invitanti, fatti dalle mani sapienti delle donne islamiche. A tavola mi sono ritrovata accanto a compaesani della società calcistica del paese, il diacono con moglie, figli e nuora, invitati in quanto vicini di casa della moschea, altri membri del Comitato, gli amici dell’Associazione “La Speranza”.

Con quella semplicità, che caratterizza le relazioni belle, abbiamo chiacchierato insieme, condividendo il cibo e la vita. Mohamed, sollecitato dalle mie domande, mi ha spiegato che il digiuno del ramadan per lui e i suoi fratelli nella fede in Allah è prima di tutto un modo per immedesimarsi nei poveri, che non hanno la possibilità di mangiare tutti i giorni, che soffrono la fame. Una grande lezione di umanità!
Così il vespro di un venerdì di Quaresima è stata un’occasione per me provvidenziale di fraternità e da questo incontro si è riacceso il desiderio di tornare a progettare assieme iniziative di incontro, per intessere legami, collaborazione tra le diverse anime che costituiscono la comunità di oggi, del nostro territorio. Per me questo è essere “paroikìa” (parrocchia), ossia il porre la tenda accanto alle case della gente, dove scorre la vita reale, dove si intrecciano relazioni generative.
La stessa sera, lo confesso, sono andata al Quaresimale interparrocchiale (altro piccolo passo verso la comunione tra fratelli) con le ali ai piedi e il cuore colmo di gratitudine.
Anna P.


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