La bellezza è negli occhi di chi contempla

NOIA

NOIA

Noia: cosa significa? Il vocabolario Treccani espone diverse accezioni.
Ne scegliamo due: la prima recita: “senso di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza di attività e dall’ozio o dal sentirsi occupato in cosa monotona, contraria alla propria inclinazione, tale da apparire inutile e vana. Anche il senso di sazietà e di disgusto che nasce dal ripetersi di cose uguali e uniformi”.
La seconda aggiunge: “con valore concreto cosa o persona che produce noia soprattutto nel significato di molestia, fastidio, seccatura, situazione o questione spiacevole o imbarazzante”.
Da entrambe queste accezioni si coglie come l’idea di noia abbia una connotazione soprattutto psicologica e trovi le sue radici nelle dinamiche motivazionali e affettive dell’individuo.
L’uomo per natura intrinseca è mosso all’agire perché tale è l’essenza della vita di cui a lui è stato fatto dono gratuito e apparentemente immotivato.
La vita è, nel suo manifestarsi, movimento, mutamento, scoperta, evoluzione continua, flessibilità, apertura, tutti elementi che dicono la vitalità che urge da ogni presenza nel cosmo, nelle sue strutture organiche e inorganiche, fino giù alle oscillazioni atomiche.
Al contrario lo stallo, il fermarsi, l’irrigidirsi, il raffreddarsi, il chiudersi sono espressioni in evidente contrasto con le dinamiche della vita e sintomi, in chi, ahimè, li subisce nel suo quotidiano, di un certo qual disamore per la fecondità della vita e per le continue meraviglie che essa propone (si badi bene però, visibili a chi ha gli occhi capaci di leggerle!)

Il miracolo della vita che ci circonda!
Ecco perché la ricerca del nuovo, del non sperimentato agita sempre le corde del cuore umano, ed è molla all’azione! Sempre che – attenzione – il desiderio di nuove esperienze sia nel senso di anelito alla propria crescita e maturazione e non patologico e banale sperimentare, spesso condizionato dalle troppe derive consumistiche, dettate dall’onnipresenza del mercato, soprattutto nell’universo capitalistico.
E’ indubbio che è il nuovo a dare stimoli, è il non conosciuto ad attrarre, è la meraviglia di una scoperta a sedurre, è il “diverso da prima” a convocare.
L’innato slancio vitale, per dirla con Nietzsche, chiede e chiede, alimentando un insopprimibile desiderio che spinge continuamente al superamento del presente, all’oltre.
E’ la legge della vita desiderante!

Quando, però, tutto questo, per le più diverse e svariate ragioni, viene a mancare, subentra un senso crescente di apatia che è l’anticamera della ben più paralizzante condizione di noia.
La nostra riflessione non può tenere conto come la morale cristiana, fin dai tempi antichi, nella sua classificazione dei vizi capitali ha nominato quale quarto vizio capitale l’accidia.
E’ questo un habitus connotato da incuria per l’amore di Dio e del prossimo.
Non per niente tale vizio è posto dopo la superbia, l’invidia e l’ira, vizi capitali per antonomasia.
Il primo è il disamore vizioso verso Dio, il secondo e il terzo disamore verso il prossimo.

Ebbene l’accidia, che li segue nella sequenza dei vizi, rappresenta la disposizione personale a recidere i legami vitali della persona umana, nell’intento di prescindere dal fondamentale e originario rapporto di amore con Dio e con gli uomini. Tale comportamento accidioso, nell’appannare l’amore per Dio e per i fratelli, che è fonte della piena realizzazione della propria umanità, induce inevitabilmente a perdere il gusto e la gioia del vivere.
L’accidia, il cui nome deriva dal greco akedia cioè assenza di vita, si manifesta come svanire della gioia per la vita, come tristezza spirituale perché la propria vita interiore si allontana da Dio e soprattutto pone il soggetto nella condizione di provare disgusto per l’operare.
E’ il progressivo torpore che obnubila il nostro essere spirituale.

A ben vedere quindi la morale cristiana aveva già individuato nell’accidia alcuni elementi fondamentali che in una qualche misura sono presenti anche nello stato di noia.
Si evidenzia di conseguenza una qual relazione tra noia, agire, amore.
Il non agire per incapacità di trovare “appassionanti” motivazioni in ogni aspetto del nostro vissuto può essere interpretato come una manifestazione di pochezza di affettività per tutto ciò che ci circonda.
L’affettività è la capacità di cogliere la meraviglia che l’uomo prova per il tutto il mondo esteriore ed interiore in cui è stato posto, in cui vive, in altre parole per il suo esser-ci nel mondo, per dirla con Heidegger.

Il relegare in un angolo l’affettività per il mondo che ci circonda, credo sia l’inizio della noia.
In tale prospettiva, la noia risulta essere connotata da una evidente cifra di negatività.
Tuttavia il richiamo al legame che dalla mancanza di affettività conduce alla noia, ci permetta al tempo stesso di scoperchiare, inaspettatamente e imprevedibilmente, l’altra faccia della noia.

E’ questa la noia del bimbo che la moderna puericultura ha studiato accuratamente.
L’interpretazione della noia nel bimbo, che ci viene da lei consegnata, è l’idea che TALE noia per prima cosa spinge il piccolo a vivere un “tempo lento”, che contrasta con l’abitudine al tutto e subito del nostro mondo.
A ciò si aggiunge la riflessione sulla necessità di “tempi vuoti” capaci di veicolare al bimbo la possibilità di provare uno stato emotivo specifico che ha ripercussioni positive sulla sua psiche.

Se gestiti adeguatamente i due fattori sopra esplicitati possono attivare le capacità esplorative e la creatività, facilitando l’entusiasmo e l’attenzione verso nuovi stimoli che permettono al piccolo di mettersi in gioco trovando le proprie strategie di fantasia, di immaginazione e di crescita del proprio io.
L’errore più comune del genitore, allorquando vede il proprio bimbo che vaga guardandosi intorno senza un preciso scopo, è proprio quello – ci viene ricordato dalla puericultura – di riempire il “vuoto” con ulteriori stimoli. 
Sarebbe più utile che il genitore “stesse” nella medesima noia del suo piccolo per accompagnarlo nell’imparare a “gestire” i suoi “tempi lenti e vuoti” che gli donano, in proficua simbiosi, riposo mentale e creatività.
Essi stimolano l’approccio suo personale al suo giocare e al suo scoprire, in qualunque modo e forma si manifestino.
Crescerà un bambino autonomo, consapevole, capace di affrontare i problemi della sua crescita.

Queste breve excursus su alcuni aspetti della noia si chiude sull’evidenza di una polarizzazione: c’è una noia di cifra negativa che caratterizza l’adulto e che è anche conseguenza di una cultura del fare, del possedere e del consumare e c’è una noia di cifra positiva che nel bimbo può essere vissuta –con l’aiuto saggio e attento del genitore – come un’occasione di sviluppo della propria personalità.
Il denominatore comune di questa polarità trova tuttavia la sua ragione di essere ancora una volta nella dinamica amorosa: se è disaffezione, genera negatività; se è affezione (per il figlio) genera la positività del suo bene.
Si finisce sempre sull’amore perché da lì nasce la vita con le sue dinamiche!
E’ questa una lezione da tenere sempre ben presente!

Diego

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