Lc 20, 41-44
Il Signore Gesù disse ai Giudei: «Come mai si dice che il Cristo è figlio di Davide, se Davide stesso nel libro dei Salmi dice: “Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”? Davide dunque lo chiama Signore; perciò, come può essere suo figlio?».
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In questo brano di Luca, Gesù si trova a Gerusalemme, davanti al tempio. E’ la settimana che culminerà nella sua Passione. Ha appena sostenuto un dialogo con i Farisei e i Sadducei, che volevano attirarlo in trappola con i loro discorsi. Dopo le sue risposte spiazzanti, gli interlocutori di Gesù rimangono zitti,, come scrive letteralmente Luca, “senza osare fargli altre domande”. Adesso però è Gesù a porgerci questa domanda. A Lui non importa zittire l’avversario, vincere una conversazione, avere ragione, ma farci arrivare ad una comprensione di chi è Lui.
E’ una domanda che sembra svelare un paradosso nel salmo: Come è possibile che Davide chiami “Signore” un suo figlio? Come è possibile che da un lato sia suo figlio, quindi sottomesso a lui, ma dall’altro suo signore?
Questa domanda rimanda direttamente a quale idea di Messia, di Gesù abbiamo.
Gesù ci sta dicendo: “Io sono il figlio di un uomo. Sono venuto nella carne, sono uno di voi.”
Questa è l’immagine che Gesù ci dà di Lui stesso: un Messia che è in tutto e per tutto un uomo. Un Messia che non si adatta alle nostre aspettative, il cui modo di “porre i nemici come sgabelli” è amarli, fare del bene per chi lo perseguita. Non vuole eliminare i nemici, ma l’inimicizia tra di noi, la nostra logica di morte.


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