C’è un rito che, per me, segna l’inizio dell’estate: esco in giardino, vado sotto il pino dal grande fusto che si affaccia sulla mia cameretta e posiziono una ciotola capiente, colma d’acqua, al riparo delle sue radici. Al centro metto sempre una pietra pesante per evitare che il vento possa rovesciarla. Per tutta l’estate, quella ciotola diventa la spiaggia privata degli uccellini, dei ricci e degli scoiattoli che si trovano a passare sotto il grande pino, un’oasi di ristoro nel cuore della calura.
Quest’anno, dopo circa un mese di visite quotidiane, mi sono fermata ad osservare quella pietra con una cura diversa. Non era più lo stesso sasso grigio e inerte di inizio giugno. La sua superficie, baciata dal sole e lambita dall’acqua, si era trasformata in una patina morbida di muschio. L’acqua che evapora ha concentrato i sali minerali, la luce ha funto da catalizzatore per la fotosintesi di minuscole alghe e il passaggio degli animaletti ha arricchito il sistema di sostanze organiche. Il mio sasso si è trasformato in una complessa metropoli microscopica, dove termodinamica e cinetica cooperano alla perfezione.
“Che bello conoscere la biochimica, i miei ragazzi dovrebbero esserne orgogliosi!”, ho pensato in quel momento. Come prof di chimica, credo che insegnare questa materia significhi saper mostrare che l’invisibile governa il visibile. Mentre l’acqua nella ciotola evapora e viene reintegrata ad ogni mio passaggio, la pietra trattiene il tempo e si veste di verde, come testimone silenziosa tra cielo, terra e chi se ne prende cura.
Ma fermarsi sotto il pino, oggi, significa fare un passo oltre: riconoscere che dietro a quella meravigliosa reattività c’è un Soffio leggero, che si fa trovare nelle cose più piccole. La lezione più bella di quest’anno non è scritta in un libro di testo, ma è custodita nel mio giardino.
Chiara Chiodini


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