La bellezza è negli occhi di chi contempla

Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini

Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini

  1. Fotogramma dal film Il Vangelo secondo Matteo, 1964

Pier Paolo Pasolini

 

Nell’anno del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, proponiamo una riflessione sul tempo pasquale attraverso una delle sue opere cinematografiche più celebri – Il Vangelo secondo Matteo – fornendo qualche semplice chiave di lettura.

Uscito nel 1964, il Vangelo venne considerato dall’Osservatore Romano “un capolavoro e probabilmente il miglior film su Gesù mai girato”, nonostante l’autore, solo due anni prima, fosse stato accusato di vilipendio alla religione di Stato “per aver dileggiato la figura e i valori della Passione di Cristo con commento musicale, mimica, dialogo e altre manifestazioni sonore, nonché tenendo per vili simboli e persone della religione cattolica” nel cortometraggio La ricotta.

Il film riprende il racconto della storia di Cristo, dall’Annunciazione alla Resurrezione, riportando fedelmente il testo del Vangelo di Matteo nell’edizione Pro caritate christiana (la traduzione ufficiale della CEI verrà pubblicato solo nel 1965), che Pasolini aveva letto durante un suo soggiorno ad Assisi per partecipare ad un festival cinematografico. L’interpretazione di Pasolini è poetica ed essenziale e colpisce ancora oggi per diversi aspetti:

  • l’ispirazione artistica delle scene e dei personaggi, che riprendono, in alcuni casi molto fedelmente, la fisicità, frontalità e lo ieratismo di brani di pittura del Quattrocento italiano, come nella prima immagine di Maria, derivata da Piero della Francesca, oppure, per rimanere sui temi della Passione, nel gruppo formato da Maria, Giovanni e le donne ai piedi della croce durante la deposizione. Pasolini aveva iniziato ad apprezzare l’arte quattrocentesca grazie al corso di Roberto Longhi su Masolino e Masaccio, che aveva seguito all’università;
  • le musiche, cha accompagnano più della metà del film e che spaziano dal confronto con Bach della Passione secondo Matteo, a Mozart, fino agli spiritual, ai cori dell’armata russa (che compaiono, ad esempio, sul Golgota) e alla Missa Luba congolese, che rappresenta la gioia e sottolinea il desiderio di apertura e novità che permea le nuove comunità cristiane e che risuona nell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e durante la Resurrezione;
  • la componente sociale. Scrisse Pasolini negli Scritti Corsari: “È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a soli pochi anni fa, che io rimpiango. […] Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro, ma l’età del pane. Erano ciò consumatori di beni
    strettamente necessari […]. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita.” Il Gesù di Pasolini è una figura portatrice di un messaggio rivoluzionario, aperto a tutti, ma soprattutto agli ultimi, agli umili: “La figura di Cristo dovrebbe avere […] la stessa violenza di una resistenza: qualcosa che contraddica radicalmente la vita come si sta configurando all’uomo moderno”. Questo concetto è racchiuso nei protagonisti del film, attori non professionisti, e nelle comparse scelte tra la popolazione, che mettono in scena il sacro in quello che è stato il simbolo dell’Italia interna e contadina, la città di Matera, con le sue grotte e i suoi sassi. Questa componente “umana” è sottolineata dagli sguardi, silenziosi ma tanto eloquenti: il Vangelo è un film di primi piani, che indugiano sui volti e sugli occhi, che esprimono stupore, paura, rabbia, costernazione… da notare quelli – profondissimi – di Maria, che aprono e chiudono il film.

Vi lascio quindi alla visione del film, che potete trovare (intero o spezzoni) su youtube, anticipandovi solo la frase finale, promessa del Cristo Risorto nella Pasqua, pronunciata sull’eco dei gioiosi canti congolesi: Ecco io sono con voi per sempre, fino alla fine del mondo.

Arianna

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