Sono passati ormai alcuni mesi dall’esperienza vissuta a Meknes, in Marocco, ma le sensazioni sono ancora incredibilmente vivide. Per circa due settimane, siamo stati a servizio, insieme a padre Pietro dei Frati Minori Francescani, presso l’orfanotrofio della Fondazione Rita Zniber, situato al quinto piano dell’ospedale Mohamed V.
L’orfanotrofio era diviso in tre sezioni, nelle quali ci dividevamo per poter offrire il “nostro aiuto” alle OSS presenti. Il primo era “la nursery”, con i neonati: patria di pianti, biberon e innumerevoli passeggiate sulle note dello Zecchino d’Oro. Seguiva “l’asilo nido”, dove l’età era oscillava tra l’anno e i 7/8 anni. Qui era come entrare in un frullatore di rincorse, giochi, canti, balli, pettinature e lanci di oggetti, spesso non identificati. Infine, c’erano “i grandi”, la maggior parte dei quali presenta varie disabilità. Qui il nostro servizio entrava più nel vivo, in quanto eravamo designati a portali in “gita” e ad animare le mattinate con loro.
Oltre al servizio all’orfanotrofio, abbiamo visitato un paio di volte la comunità “NEXT”, dove vengono indirizzati gli orfani più grandi e che si avviano a un percorso di maggiore autonomia.
Durante i week end, invece, abbiamo avuto modo di conoscere meglio alcune realtà marocchine e alcuni dei volontari che supportano il futuro dei ragazzi, come Bushra e suo marito, grandi esempi di ospitalità disinteressata.
Il primo fine settimana siamo stati a Tangeri, meravigliosa città che si affaccia sullo stretto di Gibilterra. Qui abbiamo visitato la realtà della Pastorale dei Migranti, una cooperativa che
aiuta le persone che desiderano raggiungere l’Europa. I volontari e gli operatori aiutano gli ospiti, prima di tutto, a ritrovare una dignità a seguito delle grandi fatiche del viaggio e un sostegno morale e spirituale.
Durante il secondo fine settimana, ci siamo invece diretti a sud, verso i monti dell’Atlante, al monastero di Nostra Signora dell’Atlante di Midelt. Gestito da una comunità di monaci benedettini trappisti, tra i fondatori si annoverano Jean-Pierre Schumacher e Amédée Noto, i due monaci scampati al massacro del monastero di Tibhirine, in Algeria. Sono stati due giorni intensi, dove non solo abbiamo potuto toccare con mano una spiritualità nata dal sacrificio e dal perdono, ma anche una grande ospitalità, sia presso i monaci, sia presso il villaggio berbero che abbiamo visitato.
Molte cose si potrebbero ancora raccontare. Decine di aneddoti, centinaia di sfumature, migliaia di dettagli.
Potrei parlare di come sia stato davvero “strano” dover accettare di non avere piani definiti.
Per quanto ci siamo sforzati come gruppo di provare a ideare attività e trovare un modo per poterci mettere in gioco con i ragazzi, i nostri progetti andavano in fumo, perché loro volevano
semplicemente stare con noi. Non importava se in un corridoio con dei palloncini, in una piscina a inseguirci o in una stanza a cantare a ripetizione “Ci sono due coccodrilli” o la nuova hit nazionale “Pedro Pedro al-ḥamdu li-llāh”.
Potrei descrivere quanto fosse complicato, almeno per me, mettersi al servizio delle infermiere i primi tempi con i neonati. Così affamati di attenzioni, di essere presi in braccio e, al contempo, così fragili. La bimba più piccola aveva solo dieci giorni, uno scricciolo che imponeva gesti leggeri e delicati.
Mi potrei soffermare su quanto sia complicato doversi confrontare con il mondo della disabilità. Nonostante abbia provato nel corso della mia vita diverse esperienze con ragazzi con necessità molto diverse, è incredibile come ci sia un arcobaleno di personalità, di desideri, di esigenze e tu non puoi fare altro che metterti in gioco, sebbene le uniche lingue parlate siano l’arabo e i gesti.

Ho scelto quindi una frase per riassumere tutto ciò: “Con i loro occhi ho (ri)scoperto la mia piccolezza”.
Sono stato apprezzato per quello che sono, non per quello che faccio o dimostro. Eravamo attesi da persone che neanche sapevano chi fossimo. Siamo stati trattati come ospiti di vero
riguardo, entrando nelle vite quotidiane di altri. Abbiamo dovuto “stare” più che “fare”. Ho dovuto sdraiarmi, inginocchiarmi, sedermi e “farmi assalire alle spalle” per poter davvero capire cosa i bambini e i ragazzi volessero in quel momento da me.
Mi sono reso conto, soprattutto tornato in Italia, che alcune cose possono davvero passare in secondo piano rispetto alla bellezza di un attimo. Mi sono dovuto arrendere a situazioni che non potevo controllare e davanti a un affetto puro, disarmante, incondizionato.
Nulla di ciò sarebbe stato possibile senza il gruppo che ha viaggiato con me, i ragazzi dell’ospedale, i volontari e gli amici della comunità francescana. Mi sento grato. Sono stato disarmato dalla semplicità e ho ancora molto da imparare. Mi sento molto grato.
Choukran!
Lorenzo


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