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Datteri dalla Palestina: energia per resistere

Datteri dalla Palestina: energia per resistere

Una domenica di metà Settembre ho avuto l’occasione di partecipare a un incontro proposto dall’Associazione MondoAmico e dalla Bottega del Commercio Equo di Bareggio, dal titolo “Datteri dalla Palestina: energia per resistere”. L’obiettivo dell’incontro era quello di raccogliere fondi per sostenere, in collaborazione con la FondazioneAltromercato, il centro di lavorazione dei datteri di Gerico in Cisgiordania, contribuendo alla realizzazione di un impianto per il trattamento e la conservazione post-raccolta dei datteri, alimentato anche da energia solare.

Per far comprendere meglio questa iniziativa, è stata importante la testimonianza di una giovane attivista di Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. La sua testimonianza è stata preceduta dalla lettura di alcune poesie composte da abitanti di Gaza, grazie alla voce della maestra Marina, che ci ha aiutato a entrare nel giusto clima di ascolto, attenzione e partecipazione.


La giovane testimone è stata in Cisgiordania nel mese di Giugno- Luglio 2026 e ci ha raccontato quello che ha visto e che più l’ha colpita.

Prima di tutto, ci ha spiegato il ruolo degli attivisti internazionali come lei. Il loro compito principale è quello di stare accanto alle persone palestinesi, soprattutto nei momenti in cui vivono situazioni di difficoltà o di vessazione, per sostenerle e, allo stesso tempo, essere testimoni di fronte alla comunità internazionale di ciò che accade. È quindi facile capire perché la presenza degli attivisti non sia sempre ben vista dalle autorità israeliane.

Questa ragazza ci ha raccontato che, secondo quello che ha potuto vedere in prima persona durante la sua permanenza, in Cisgiordania, territorio internazionalmente riconosciuto come appartenente ai Palestinesi, si sta diffondendo sempre di più la presenza dei coloni israeliani. Ci ha spiegato che spesso il loro insediamento avviene su terreni dove le persone palestinesi coltivano datteri e ulivi o fanno pascolare i propri animali, quindi dove svolgono proprio quelle che sono le principali attività attraverso cui riescono a sostenersi. In alcuni casi i coloni iniziano occupando una parte del terreno e successivamente lo recintano, impedendo ai palestinesi di accedervi e fissano la loro bandiera israeliana.

Ci ha raccontato anche di abitazioni palestinesi che vengono demolite, letteralmente davanti agli occhi di chi ci abitava, per lasciare spazio a nuove costruzioni, occupate poi dai coloni.


Tutti noi ci siamo chiesti come sia possibile arrivare a comportamenti così aggressivi nei confronti di altre persone che occupano un territorio che a loro appartiene. Lei ci ha spiegato che sono prevalentemente ebrei ortodossi, fortemente nazionalisti, provenienti dalle fasce più povere e meno istruite della popolazione di Israele, e che sono sempre più giovani. Alle volte sono addirittura ragazzini di 13-14 anni.

M. ci ha poi raccontato un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso. Durante la sua permanenza in Palestina, una famiglia palestinese ha chiamato gli attivisti nel cuore della notte perché qualcuno stava tagliando i cavi dell’elettricità della loro abitazione. Lei e gli altri attivisti sono corsi per aiutarli e, allo stesso tempo, per essere testimoni di quello che stava accadendo. Quando sono arrivati, però, era ormai troppo tardi: i cavi erano già stati tagliati. La famiglia è riuscita a ripararli, ma quello che colpisce ancora di più è ciò che è successo poco dopo. Solo un paio di notti più tardi, i cavi sono stati tagliati nuovamente.

Mi ha fatto pensare a quanto possa essere difficile vivere anche le cose più normali della vita quotidiana, quando non si è al sicuro nemmeno nella propria casa.


M. ci ha raccontato anche un altro episodio. Ad un palestinese che gli attivisti stavano accompagnando sono stati tagliati gli alberi di ulivo che aveva piantato e coltivato con amore. Gli ulivi sono alberi che per crescere richiedono tempo, cura, acqua e fatica. Dopo tutto quel lavoro, quella persona non avrà la possibilità di ricavare né l’olio né il legno da quegli alberi.

A questo punto, a tutti noi presenti ad ascoltare è sorta spontanea una domanda: se continuano a tagliare i cavi dell’elettricità e gli alberi che i palestinesi hanno piantato, ha davvero senso raccogliere soldi per sostenere la piantagione di datteri e per installare pannelli solari?
La risposta di M. è stata molto semplice: sì. Perché, proprio in una situazione come questa, continuare a costruire qualcosa significa dare alle persone una possibilità.
Significa permettere loro di continuare a lavorare, coltivare, produrre, e significa quindi permettere loro di avere ancora una speranza.

E’ forse proprio questo il significato più profondo del progetto “Datteri dalla Palestina: energia per resistere”. Il progetto, partendo da qualcosa di molto concreto come la lavorazione dei datteri e l’installazione di un impianto fotovoltaico, vuole sostenere la possibilità per le persone di continuare a vivere del proprio lavoro e resistere sul proprio territorio.


Dopo la testimonianza di M., il pomeriggio si è concluso con un bell’aperitivo, a base di cous cous prodotto da cooperative solidali e di Gazacola (una bevanda i cui profitti sostengono gli ospedali di Gaza).

È stato un momento semplice, ma importante: dopo aver ascoltato una testimonianza così forte, poter stare ancora insieme, parlare e scherzare liberamente non è scontato.
I presenti hanno contribuito, liberamente, al progetto “Datteri dalla Palestina: energia per resistere”, è possibile verifica lo stato del progetto anche online: https://fondazionealtromercato.it/progetti/datteri-dalla-palestina-energia-per-resistere/

Forse non possiamo risolvere situazioni così importanti con le nostre sole forze. Possiamo però scegliere di non rimanere indifferenti e dare il nostro piccolo contributo.

Francesca

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