Lc 18, 31-34
Poi prese con sé i Dodici e disse loro: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà”. Ma quelli non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che Egli aveva detto.
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Il dolore e la sofferenza sono molto difficili da comprendere, e anche il fatto che Gesù, che è nostro Dio, la nostra guida e anche nostro fratello, abbia affrontato tutta la Passione, spesso può risultare difficile da accettare, soprattutto considerando che ha fatto tutto questo per noi.
Bastava anche meno no? Era necessario morire in croce nella sofferenza? Eppure, Gesù ha preso la sua croce ed ha accettato di amarci a tal punto da addossarsi anche questa sofferenza, forse anche perché nessuno debba sentirsi più solo anche in questo.
Se noi spesso fatichiamo ad accettare questo, figuriamoci i discepoli, che la passione di Gesù non l’avevano ancora vissuta, cosa potevano capirne… nulla! O forse non volevano capire o accettare quelle parole, che ai loro occhi probabilmente non avevano un senso. Quanto spesso capita anche a noi, davanti ad una prospettiva di sofferenza o di fatica, che la prima reazione sia quella di scappare, rifiutarsi di guardarla, di non volere averci a che fare. Il fatto che questa paura l’abbiano provata anche i discepoli e forse, per un piccolo attimo, anche Gesù, all’orto degli ulivi, ci può far capire che siamo in buona compagnia.
Che fare allora in tutto questo?
Credo che la risposta possa risiedere in due azioni che sembrano opposte tra loro: STARE e CAMMINARE.
Stare nella fiducia ovviamente, anche stare quando questa fiducia vacilla, continuare a camminare e a fidarsi del Signore anche se quasi non ci speriamo più o anche se tutto ci sembra troppo grande da affrontare e non ci capiamo nulla.
La vita non è certo fatta solo di fatica ed essa non ce la andiamo a cercare apposta nemmeno noi cristiani, però ad un certo punto è facile che sia lei che bussi alla porta. Davanti ad essa però possiamo decidere di abbandonarci alla disperazione o affrontarla, consapevoli che non saremo abbandonati.
Alla fine, il seme quando vive porta frutto, ma anche il seme quando muore.
Questa sofferenza può anche non vedere noi in prima persona come protagonisti, ma coinvolgerci comunque davanti a quella degli altri. A volte in questi casi sappiamo ancora meno cosa fare, soprattutto se non c’è nulla che possiamo fare, o meglio, se quello che possiamo fare ci sembra troppo poco. Davanti alla Passione di Gesù anche gli apostoli stessi sono rimasti confusi e addirittura sono scappati, Lo hanno rinnegato, non riuscivano a capire che fare. Allora non dobbiamo sentirci sbagliati e ciò che salva è tornare al Signore, il primo che si avvicina a noi, che dobbiamo “solo” accoglierLo.
Io dicevo, nel mio sgomento:
“Sono escluso dalla tua presenza”.
Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera
quando a te gridavo aiuto.
Amate il Signore, voi tutti suoi fedeli;
il Signore protegge chi ha fiducia in lui
e ripaga in abbondanza chi opera con superbia.
Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,
voi tutti che sperate nel Signore.
Dal salmo 31


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