La bellezza è negli occhi di chi contempla

CROCIFISSIONE

CROCIFISSIONE

Giancarlo Colli – 1994 – Dipinto murale –  Cimitero di Inveruno (Mi)

Dimensioni 3,50 x 1,70 m; 4,20 x 2,50 m con cornice di mattoni

 

L’opera scelta per la Settimana Autentica 2025 è una pittura murale che rappresenta la Crocifissione di Cristo e fa parte di un “trittico sacro” composto da “Deposizione” e “Resurrezione“, realizzata in esterno presso il camposanto del Comune di Inveruno (Milano).

L’opera, datata 1988, ripresa e completata nel 1994, è di Giancarlo Colli (1931 – 2021), che realizza la scena con un linguaggio autentico ed espressivo, usando in modo molto personale una tecnica pittorica di forte impatto.

Colli è un artista dei suoi tempi, “del” e “per” il popolo, la sua spiritualità è schiettamente laica e concreta: colloca la sua opera a portata di occhi e anima, per una fruizione diretta e quotidiana.

Il suo realismo non è cruento: non compare sangue di flagellazione e crocifissione, neanche nella vibrante tavolozza che si concretizza con pennellate energiche e definite.

La rappresentazione propone la croce di Cristo decentrata un poco a sinistra; l’asimmetria viene subito bilanciata a destra dalle due croci secondarie, quella del ladrone pentito rivolta verso di noi, l’altra rappresentata in lontananza da dietro, che volge verso opposto destino. 

Ai loro piedi gli unici elementi di ambientazione, una sorta di natura stilizzata per la prima e di composizione antropica con soggetti grafico-scultorei quasi picassiani per la seconda. Esse definiscono, nella lettura orizzontale del quadro, la quarta e ultima partizione, come a rappresentare l’ipotetico quadro futuro possibile: scegliere o non scegliere Cristo

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Nelle tre sequenze a sinistra troviamo “il” quadro, qui bilanciato, con la croce quale asse della scena, centrale a due gruppi di figure: a sinistra quella densa di rimandi storici, sia lontani nel tempo come le citazioni ai Romani e sia recenti, come l’esplicita presenza del “bambino del Ghetto di Varsavia” vivo nella memoria collettiva e riproposto dall’artista anche nella Deposizione e Resurrezione.  

Il gruppo di figure a destra, invece, racchiude l’umanità attuale sintetizzata per età, genere e situazione: “mangiatori di patate” del Novecento, con jeans e vestiti senza tempo, che si stagliano sul cielo azzurro vivo e si poggiano concretamente sulla terra cruda a testimoniare la crocifissione in atto dal senso quotidiano.

Colpisce come Cristo sia ad una spanna da terra, “a portata di mano”: le figure non sono ai suoi piedi, se non quella in ginocchio. Gli sono accanto, perché è Gesù che è ancora qui presente sulla Terra: è un uomo con aspetto differente da quello storicamente iconografico, un uomo comune, un padre di famiglia, un lavoratore, dal volto rassegnato con la carnagione ancora viva. Lui stesso diviene croce Tao, simbolo francescano di umiltà.

Le sue lunghe braccia si sollevano tese sulle assi legnose della croce e le sue mani divengono espressive protagoniste della scena come tutte le altre: grandi, volontariamente sproporzionate, perché le mani rappresentano l’uomo che lavora, prega, ama, uccide, aiuta, ferisce, perdona…

Mani come volti, soggetti nei quali noi osservatori ci ritroviamo coinvolti e possiamo ritrovare sia noi stessi, sia i nostri fratelli.

Gli occhi, che i nostri occhi trovano aperti, sono vivi e significativamente portano i nostri verso l’alto, non all’Uomo in croce, ma verso il cielo esterno al quadro, quello reale sopra di noi, a Dio. Un cielo collegato simbolicamente a quello azzurro intenso dell’opera, che riporta ad avere speranza nel futuro e nella promessa che ha fatto nostro Signore. 

Solo l’uomo ritratto in posizione stante ben due volte, prima a sinistra della croce con occhi chiusi, poi a destra con gli occhi questa volta aperti, guida la nostra lettura verso le croci prima descritte, che rappresentano le possibili scelte e i destini dell’umanità.

Rosy

 

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