Gv 3, 13-17
In quel tempo. Il Signore Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
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Oggi si celebra l’esaltazione della Santa Croce.
In questa lunga chiacchierata con Nicodemo, uomo colto, in ricerca, che porta a Gesù il suo desiderio di vita vera, Gesù parla del proprio destino e lo fa partendo d lontano; si ricollega (come proclamato nella prima lettura Nm 21, 4b-9) al serpente innalzato da terra perché i peccatori morsi dalla serpe del male potessero guardarlo e aver salva la vita. Cristo fa lo stesso: si lascia mettere in croce e sollevare da terra affinchè tutti credano e abbiano la vita eterna.
Ma come può essere che per essere salvati occorre porre il nostro sguardo su uno strumento di tortura feroce come la croce? Perché una festa liturgica, quella odierna, mette al centro la croce? Non è uno scandalo?
“Ecco cos’è la croce cristiana: non l’amore per il dolore e la sofferenza, ma l’amore per l’amore stesso portato fino alle estreme conseguenze di essere persino disposti a soffrire per ciò che si ama.” (L.M. Epicoco)
Queste parole illuminano il nostro modo di concepire l’amore per la croce, meglio, per il Figlio di Dio crocifisso: dobbiamo innamorarci del Suo modo di amare, commuoverci per tanta tenerezza e donazione totale nei nostri confronti. Dobbiamo chiedere ogni momento di imparare ad amare così.
Se apriamo gli occhi, vediamo intorno a noi esempi di questo modo di amare, sempre perfettibile, certo, ma esemplare nella fedeltà: coniugi che si sostengono e si servono nella malattia e nella vecchiaia, genitori che accompagnano la fatica dei figli fragili considerandoli una benedizione malgrado il giudizio del mondo, sacerdoti che restano nelle loro comunità nei luoghi profanati da insanabili conflitti e miserie….
E noi? Sappiamo “restare” davanti o addirittura sopra la croce della nostra quotidianità per amore, con amore, educati dall’amore con la A maiuscola?


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