La bellezza è negli occhi di chi contempla

ss. Marcellino e Pietro

ss. Marcellino e Pietro

 Luca 4, 25-30

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «In verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

 

 

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù.

 

Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

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Gesù si trova nella sinagoga di Nazareth, a lui familiare e, ricolmo di Spirito, ha appena annunciato il Padre e l’identità che li accomuna: l’Amore. 

Eppure i presenti non riescono ad accettare che quel Gesù parli in quel modo. Luca mette allora in bocca a Gesù la narrazione di due guarigioni presenti nell’Antico Testamento. 
Vorrei soffermarmi su quella di Naaman il Siro che, dopo tanta titubanza e sette immersioni, fu guarito.
Sia lui sia la vedova di Sarepta erano pagani. Gesù sta straordinariamente allargando gli orizzonti e rivelando che il suo messaggio è universale.
Ma non viene accolto!
 
Questo brano ci interroga e ci chiede a che punto è la nostra capacità di accogliere.
Siamo capaci di gioire per un amore che è nello stesso tempo “particolare” e universale?
So gioire per il bene profuso sui fratelli, anche quando non capisco come sia diffusa la Grazia e la Provvidenza del Signore?
So trasformare un cuore duro, non solo verso gli altri, ma anche verso me stesso (come quello di Naaman il Siro) perché Dio lo possa trasformare? 
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