Tra le opere di misericordia spirituale, una delle più difficili da vivere oggi è “ammonire i peccatori”. Il verbo ammonire richiama l’idea di richiamare, correggere, avvertire: un gesto che suppone di avere l’autorevolezza di parlare, ma che nel nostro tempo sembra quasi impossibile. In una società in cui ciascuno si misura con se stesso e tende a pensare di avere sempre ragione, chi osa correggere rischia di essere percepito come arrogante o fuori luogo.
Anche la stessa parola “peccato” appare oggi sbiadita: tutto sembra legittimato dalla coscienza personale, dal desiderio di fare “ciò che si vuole”. La tentazione è di ridurre il peccato a una questione privata, che non riguarda gli altri e che non ha un reale peso. Eppure, la tradizione della Chiesa ci ricorda che ammonire i peccatori non significa giudicare, condannare o sentirsi superiori. Significa piuttosto vivere la carità in modo concreto.
Correggere non vuol dire prevalere sull’altro, ma amarlo al punto da non lasciarlo solo nel suo smarrimento. È un gesto che nasce dal desiderio di aiutare a risollevarsi, di rimettere in cammino chi si è fermato, di riaccendere una luce in chi si è lasciato avvolgere dal buio.
San Francesco, in una sua lettera ai superiori, ricordava che quando un frate sbagliava davanti al suo ministro, questi non doveva mostrargli durezza o disprezzo, ma piuttosto uno sguardo di grazia e di consolazione [FF 235]. È un’immagine potente: la correzione non umilia, ma rialza; non pesa, ma libera; non spegne, ma riaccende.
Ma ammonire non è soltanto questione di parole. La credibilità nasce dall’esempio personale. Se invitiamo qualcuno a cambiare, il fondamento di quella parola è la nostra vita, la nostra esperienza di conversione. A volte l’opera di misericordia consiste proprio nel raccontare con umiltà come noi stessi siamo stati corretti, come abbiamo sofferto cadendo in quel peccato e come la grazia ci ha rialzati. È questa testimonianza che apre il cuore dell’altro, perché non nasce da superiorità, ma da condivisione di umanità.
Ammonire, allora, è innanzitutto vivere noi stessi il Vangelo, lasciarci trasformare dalla misericordia di Dio, per diventare capaci di uno sguardo che consola e di parole che illuminano.
Così chiediamo al Signore di renderci capaci di dare anche noi sguardi di grazia e consolazione a chi sbaglia, e nello stesso tempo di saperli ricevere quando siamo noi nella prova. Solo così l’opera di misericordia diventa davvero cammino di comunione e di speranza.
Fra Alberto Lobba OFM Cap


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